A Wonder Working Stone - Alasdair Roberts
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Metascore
81

Universal acclaim - based on 12 Critics What's this?

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  • Summary: The latest release from the Glasgow-based folk artist includes contributions from such artists as Olivia Chaney, Rafe Fitzpatrick, Ben Reynolds, and music ensemble Concerto Caledonia.
  • Record Label: Drag City
  • Genre(s): Folk, Celtic, Pop/Rock, Alternative/Indie Rock, Indie Rock, Neo-Traditional Folk, Indie Folk, International, Contemporary Celtic
  • More Details and Credits »
Score distribution:
  1. Positive: 11 out of 12
  2. Negative: 0 out of 12
  1. Jan 18, 2013
    90
    Few, if any, artists are pushing the boundaries of traditional music further. [Feb 2013, p.79]
  2. Jan 18, 2013
    80
    It's funny, touching, thoughtful, more than a little weird....and rather wonderful. [Feb 2013, p.89]
  3. Jan 18, 2013
    80
    It's fascinating to find that his dogged research has loaded these self-penned pieces with all of the mystery, language, and myth usually found in years-old traditional ballads.
  4. Feb 11, 2013
    80
    This music has been cunningly hand-crafted, despite the album's larger ensemble sound, and at times the songs come off like incantations. [No. 95, p.57]
  5. Feb 15, 2013
    80
    The combination of Robert's artistry and the exemplary ensemble backing him means the album succeeds in being a renewal. [Jan 2013, p.63]
  6. Jan 18, 2013
    72
    Roberts' voice sounds in fine fettle as well, and his reedy, keening brogue is the type of immediately distinctive instrument that is virtually impossible to imagine any listener accidentally mistaking for someone else's.
  7. With A Wonder Working Stone, Alasdair Roberts continues to blur the borders between ancient and modern, between heady myth and harsh reality, and between folk and whatever sounds right in context.

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Score distribution:
  1. Positive: 1 out of 1
  2. Mixed: 0 out of 1
  3. Negative: 0 out of 1
  1. Mar 28, 2013
    7
    Per apprezzare dischi come questo, tutto dipende dai rapporti instaurati con la rivisitazione del folk britannico. Se sono buoni, l’apprezzamento dovrebbe essere assicurato, altrimenti meglio soprassedere senza esitazioni. Siccome i miei, di rapporti, fanno parte della prima categoria, ho ascoltato con piacere questo settimo lavoro in lungo del musicista scozzese a proprio nome dopo un inizio di carriera nel gruppo Appendix Out. A differenza di altri che partono dalla stessa radice popolare per poi mischiare i generi o deviare bruscamente vedi l’irruenza dei Bellowhead o gli accenti che caratterizzano gli Admiral Fallow Roberts rimane aderente agli stilemi più tradizionali, intessendo i brani, tutti autografi, di richiami a melodie dei tempi che furono, indicando con diligenza i prestiti già a partire dai titoli. La prima parte del disco anche la più movimentata ed elettrica, con la chitarra (ben Reynolds, che suona anche l’armonica) che si intrufola tra gli strumenti acustici risvegliando impressioni di Fleetwood Mac a partire dall’iniziale ‘The merry wake’, che anche la canzone più immediatamente fruibile del lotto. Altrove le atmosfere sono più sospese: ci sono le lunghe ballate che evocano pioggia e brughiera fra le quali spiccano ‘The wheels of the world’ e, soprattutto, ‘Gave the green blessing’, ma anche le sottili inquietudini diffuse dall’apparente staticità di ‘Fusion of Horizons’ e dal cupo accompagnamento d’organo che segna ‘Brother seed’. Quest’ultima fa parte di una seconda metà che ripesca vecchi balli, come nel frammento di ‘The bluebell polka’, il gaelico in ‘Rap y clychau glâs’ che proprio quello che promette la prima parola, e ricicla le conosciute note ‘We shall walk through the streets of the city’ nella più movimentata ‘Scandal and trance’ in esecuzioni quasi sempre con la spina staccata. Accompagnato dagli ‘amici’ oltre a Reynolds, Stevie Jones al contrabbasso, rafe Fitzpatrick al violino e Shane Connally ai tamburi e con l’aiuto di vari ospiti tra i quali spicca la voce di Olivia Chaney, il titolare della ditta canta tutto con un ‘intonazione un po’ lamentosa ma molto funzionale al genere: sono fiumi di parole che si riversano sull’ascoltatore che fatica a districarsi nell’accento di chi cresciuto dalle parti di Stirling. Una sorta di flusso di coscienza che coinvolge oscurità provenienti dal passato e bassezze dell’animo umano dilatandosi senza freni in brani che finiscono per durare tra i sei e i dieci minuti, il che porta la durata complessiva attorno all’ora e dieci: forse un po’ eccessivo, ma non ne viene troppo danneggiato il risultato, costruito com’è su un’ottima interpretazione e una più che discreta scrittura. Giudizio, ovviamente, che va sempre visto alla luce della considerazione iniziale, ma quando le nuvole sono basse e si ha nostalgia di una birra scura in un pub, dischi come questo hanno la capacità di farti sentire meglio. Expand