Fanfare - Jonathan Wilson
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Metascore
78

Generally favorable reviews - based on 11 Critics What's this?

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9.0

Universal acclaim- based on 4 Ratings

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  • Summary: The second full-length release for the singer-songwriter features guest appearances from such artists as Jackson Browne, Mike Campbell, David Crosby, Taylor Goldsmith of Dawes, Graham Nash, Patrick Sansone of Wilco, Benmont Tench, and Josh Tillman.
  • Record Label: Bella Union
  • Genre(s): Pop/Rock, Alternative/Indie Rock, Neo-Psychedelia, Alternative Singer/Songwriter, Alternative Country-Rock, Chamber Pop, American Underground
  • More Details and Credits »
Score distribution:
  1. Positive: 9 out of 11
  2. Negative: 0 out of 11
  1. Oct 16, 2013
    90
    Fanfare is the sort of album Jonathan Wilson was bound to make, immaculately crafted and perfectly defined.
  2. 80
    Fanfare offers a classy rumination on modern values--albeit something of a conundrum, in being perhaps the most sophisticated celebration of simplicity ever recorded.
  3. Oct 16, 2013
    80
    Fanfare travels easily between intimacy and more psychedelic-influenced euphoria because Wilson's songwriting remains his ace in the hole. For all its laid-back deference to his production, it's tight, clever, and artfully constructed.
  4. Oct 16, 2013
    80
    Fanfare takes several plays to fully reveal its charms, but persistence is more than worthwhile.
  5. Nov 25, 2013
    80
    It is that expanded awareness of what is possible within his derivative style that makes Fanfare a fascinating album, and a significant step forward.
  6. Dec 4, 2013
    80
    While his distinctive voice and keening melodies are as enchanting as ever, Wilson has added a cinematic heft that neatly avoids being saccharine.
  7. Oct 16, 2013
    60
    What it all means--if anything--is hard to take in, but the journey to finding out is utterly epic. [Nov 2013, p.85]

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Score distribution:
  1. Positive: 1 out of 1
  2. Mixed: 0 out of 1
  3. Negative: 0 out of 1
  1. Nov 21, 2013
    8
    Per parlare del nuovo disco di Jonathan Wilson si potrebbero andare a ripescare le considerazioni di due anni fa sul precedente ‘Gentle spirit’: un infinito (quasi ottanta minuti) e labirintico omaggio alla psichedelia degli anni a cavallo fra Sessanta e Settanta scritto con mano delicata e arrangiato a strati sovrapposti dimostrando un grande gusto per il particolare. Anche il risultato analogo a quello del predecessore, visto che: il monolite si presenta difficile da penetrare, ma, una volta trovata la chiave di accesso, l’ascoltatore finisce per essere risucchiato da un viluppo sonoro da cui difficile liberarsi: nelle migliori condizioni possibili stanza in penombra e nessuna distrazione la musica dell’artista statunitense mantiene intatti i suoi curiosi effetti psicotropi senza bisogno di sostanze aggiunte. L’impressione complessiva che ‘Fanfare’ sia poco meno riuscito di ‘Gentle spirit’: l’effetto novità e la maggior frequentazione di quest’ultimo contribuiscono al giudizio, ma il nuovo lavoro appare comunque leggermente meno a fuoco forse per colpa di una certa preponderanza della forma sulla sostanza. Di sicuro, qui si ingrandisce la pletora degli ospiti: Wilson, oltre a cantare con la sua esile voce, suona il solito numero esagerato di strumenti, ma i bei nomi sono sparsi qua e là, anche se magari impegnati solo nei cori. E visto che ‘If I could only remember my name…’ resta un’ovvia pietra di paragone, questa volta non poteva mancare David Crosby: assieme a Graham Nash impreziosice ‘Cecil Taylor’ che, col pianista free jazz c’entra poco a parte la conclusione ‘libera tra voce scatteggiante e la tromba di Nate Walcott che può vagare per un breve momento. Per il resto, l’inizio acustico e lo svolgersi tra chitarra acustica e percussioni accompagnano un impasto vocale che fa, per l’appunto, molto CSN: considerazioni che si possono riproporre, più o meno, anche per la delicata ‘Her hair is growing long’ e per ‘Moses pain’ che però più corposa, contrassegnata com’è da chitarra elettrica, piano e tastiere nonchè impreziosita da un tocco di armonica che occhieggia a Bob Dylan. Del resto, dylaniana anche la struttura di ‘Love to love’, in cui le parole incalzano serrate su un tappeto di sei corde e tastiere andando a costituire l’episodio più brillante oltre che di maggiore fruibilità, caratteristica condivisa con il ritornello pop di ‘Fazon’ (ripescata dal repertorio dei Sopwith Camel) che si sviluppa contagioso dopo un inizio qasi jazzato e dominato dal sassofono. In ‘Moses pain’ ci sono Benmont Tench e Mike Campbell, mentre la voce di Jackson Browne impreziosice le linee folk abbastanza lineari di ‘Desert trip’: non c’è invece la Y che si accompagnata a CSN, ma in ‘Illumination’ come se ci fosse, con Wilson in versione one-man band che ne riprende l’incedere di chitarra e la scansione di versi tipiche del Canadese dandone una versione rallentata che sfocia in un finale acido segnato dal suono dell’organo. E’ curioso allora che tanta California sia introdotta da due pezzi (che complessivamente passano i quattordici minuti) in cui l’ispirazione pare avere origine in Inghilterra, con i Pink Floyd a bendire gli andamenti elettrici ondivaghi e/o l’impasto di archi e fiati che scaturiscono da un sentore di ‘Tubular bells’ (‘Fanfare’) e da un valzer accompagnato dal piano (‘Dear friend’, impreziosita da un lungho assolo di chitarra). A partire dal solismo gilmouriano, qualche eco del gruppo britannico si può sentire, insieme a molto altro, in ‘Lovestrong’ che, come la precedente ‘New Mexico’ segue il consueto schema dell’inizio delicato nella prima c’è il violoncello, nella seconda il flauto per poi allargarsi su sentieri più elettrici che lambiscono sì il rock, ma ancora una volta strizzano l’occhio al jazz: tutti nervosismi che si aquetano nella conclusiva ‘All the way down’ che si lascia andare rarefatta su un accompagnamento di archi mentre la voce dell’autore, lievemente effettata, porta per mano veso un’oceano di rilassatezza. Collapse