• Record Label: Sub Pop
  • Release Date: Jun 25, 2013
User Score
9.0

Universal acclaim- based on 6 Ratings

User score distribution:
  1. Positive: 6 out of 6
  2. Mixed: 0 out of 6
  3. Negative: 0 out of 6

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  1. DrP
    Jul 9, 2013
    7
    think Jefferson Airplane (complete with Grace Slick) for the new millennium...vocals and the band could have psyched rock at any time. Builds on the Tame Impala paradigm etc.
  2. Mar 7, 2014
    7
    Va bene che incidono per la Sub Pop, ma, dopo un ascolto senza riferimenti, uno si stupisce che i Rose Windows vengano da Seattle e non da qualche centinaio di chilometri più a sud. Oltre all’abbaglio spaziale, c’è anche quello temporale: a parte qualche eccezione di cui parlerò in seguito, il gruppo pare uscire da uno dei molti corridoi che, negli ultimi anni, si devono essere apertiVa bene che incidono per la Sub Pop, ma, dopo un ascolto senza riferimenti, uno si stupisce che i Rose Windows vengano da Seattle e non da qualche centinaio di chilometri più a sud. Oltre all’abbaglio spaziale, c’è anche quello temporale: a parte qualche eccezione di cui parlerò in seguito, il gruppo pare uscire da uno dei molti corridoi che, negli ultimi anni, si devono essere aperti mettendoci in contatto con il passato musicale. Un po’ sarà anche la suggestione del numero allargato – i ragazzi sono in sette – ma il collegamento con la california dell’Estate dell’Amore è comunque evidente e il termine ‘hippy’ pare all’improvviso essere tornato di moda. E allora, che ce ne facciamo di questo lavoro, visto che non stiamo, più o meno strafatti, a Laurel Canyon? Lo rimettiamo su da capo, perché il misto di folk, pop e rock tagliato con generose dosi di psichedelia più o meno acida fa di questo esordio un disco intrigante e molto piacevole da ascoltare anche se non dice nulla di nuovo. Ulteriore vezzo passatista, il disco è aperto e chiuso dalle due parti del brano che lo intitola, entrambe caratterizzate da suoni morbidi che si appoggiano sull’accompagnamento degli archi e sull’armonia delle voci, ma mentre in ‘Spirit modules’ si possono sentire anche echi floydiani, ‘Coda’ si srotola rilassata e probabilmente avrebbe fatto felici i Beatles più evoluti. Sono brani che si riallacciano al lato più solare della scaletta, in cui si inseriscono a buon diritto l’immediata leggerezza pop di una ‘Heavenly days’ che pare staccarsi da terra grazie al gancio di un semplice ritornello, quell’’Indian summer’ che prende le mosse dalla stessa ispirazione, ma con qualche chiaroscuro in più grazie all’organo unito a una chitarra morriconiana, e ‘Season of serpents’, una ballata folk nella quale bastano voce e chitarra acustica. All’altro estremo sta il primo singolo ‘Native dreams’ che, nel suo assalto hard-psych, non si può dire che sia ben rappresentativo del suono del gruppo, anche se trascina e fa muovere il piedino: in questo brano, come tutte le volte che i ritmi aumentano, la voce di Rabia Shaheen Qazi tralascia l’ovvio modello di Grace Slick e prende ad assomigliare in modo impressionante a quella di Perry Farrell, portando le lancette dell’orologio in avanti di un paio di decenni. La cantante dà però il meglio di sé nei momenti più tranquilli, quando il suo tono si fa sensualmente roco per poi aprirsi, come nelle due intro doorsiane di ‘Walkin’ with a woman’, che poi si sviluppa in una sorta di blues (forse anche a causa del testo che evoca il diavolo al crocicchio) suggellato da un bell’assolo di chitarra, e ‘This shroud’ che invece – dopo un avvio tra ‘The end’ e l’Oriente - si va gonfiando in divagazioni assai più acide che potrebbero anche durare ore (e, difatti, il brano in sé passa i nove minuti). Il tutto si riassume nel titolo al momento preferito, cioè ‘Wartime lovers’, in cui l’attitudine pop si mischia a coloriture meno brillanti – si parla di un amore finito male – mentre gli strumenti si intrecciano con gusto assai particolare. Il merito, o il demerito, di tutto quanto va al chitarrista Chris Chevejo che ha scritto e arrangiato il materiale dosando nel modo giusto chitarre (l’altro addetto alle sei corde è Nil Petersen), tastiere e una spruzzata d’archi – per non parlare dell’indovinato flauto di Veronica Dye - per un lavoro che recupera vecchie sonorità le quali, con gli interpreti giusti e (perché negarlo?) grazie anche all’hype, dimostrano di poter funzionare anche oggi. Expand
Metascore
68

Generally favorable reviews - based on 9 Critics

Critic score distribution:
  1. Positive: 6 out of 9
  2. Negative: 0 out of 9
  1. Sep 25, 2013
    60
    This trance-inducing seven-piece evoke arcane loci, spirits and serpents. [Oct 2013, p.98]
  2. Jul 25, 2013
    60
    The Sun Dogs features solid, compelling songwriting and sounds wonderful; heavy, spacious guitars flare up amidst the smoke, and when these guys start to rip, there’s no stopping them.
  3. 70
    The band blends past with present in a set that engages in its frequent change of direction.